È accaduto che una utente, dopo aver cancellato il proprio account su Twitter e minacciato querele perché il suo nome era stato reso di pubblico dominio, è stata citata dal portale internet «watson.ch» con una notizia dal titolo: «Molestie a una utente: la Svizzera di Twitter conosce la peggiore smerdata (shitstorm) della sua storia».

La pubblicazione le avrebbe procurato centinaia di messaggi di solidarietà e di condanna del cybermobbing. All’origine della rivelazione del nome sarebbe stato un giornalista.

Al Consiglio della stampa la utente si è rivolta per denunciare la pubblicazione di «watson». Denuncia che ritiene lesiva della sua sfera privata perché dà notizia di un procedimento penale sul cui svolgimento essa era tenuta al segreto. Inoltre il portale ometteva di citare tutta una serie di documenti, immagini, suoni a prova delle molestie cui era stata sottoposta.

Respingendo il reclamo, il Consiglio osserva di non considerare illecito menzionare l’esistenza di un procedimento penale in corso. D’altra parte, la stessa utente aveva rinunciato a far valere, a «watson» che glielo proponeva, le sue ragioni. Ritiene pure corretto che «watson» abbia usato informazioni provenienti dal giornalista in questione, nonché le spiegazioni che la utente aveva postato su Facebook. Lei stessa, su Facebook, aveva descritto i motivi che l’avevano indotta a cancellare il suo account presso Twitter. Non è data perciò una violazione della sfera privata.  Non risulta chiaro inoltre al Consiglio in che misura i documenti che si dicono taciuti abbiano avuto importanza nella faccenda.